Tra Hobbes e Pet Sounds?

Un pomeriggio di un giorno qualunque, non è nient’altro che questo. 
Eppure lo ricorderò. Senza un giustificato motivo. Come se la mancanza di un avvenimento che lo renda memorabile fosse essa stessa l’avvenimento.
Il cielo è di quell’azzurro perfetto e tedioso delle giornate d’estate; la brezza accarezza pigramente le chiome degli alberi; il sole, al perigeo, sembra essere sorto per surriscaldare i marciapiedi.
Se si pensa al contesto romantico per eccellenza, non è certo questa la stagione da cui trarre l’ispirazione. Manca quel senso di rassegnazione cosmica, la sussurrata malinconia che è quasi immanente nei mesi autunnali ed invernali.
Improvvisamente, la fine di giugno coincide con una meschina impennata dell’insoddisfazione.
Cui si accompagna anche quell’inadeguatezza latente che fuoriesce di quando in quando e si dissolve nell’atarassia.
"I guess that I just wasn’t made for these times" sussurrava quarant’anni fa Brian Wilson dai solchi di pet sounds.
E quella dolce melodia, condensata in una fragile tristezza stringeva il cuore dell’autore, eterno straniero in terra straniera. Rifletto.
Eppure, ancora si guarda a quegli anni come al momento più straordinariamente fertile e propizio che la società abbia vissuto nel XX secolo!
E’ però universalmente riconosciuto il fallimento di quegli ideali, di quella generazione.
Invece di maturare una consapevolezza, gli uomini si sono approfittati tristemente della libertà che veniva loro concessa, mancando l’opportunità di favorire cambiamenti radicali.
I cerebrali anni ’70 hanno sancito la perdita dell’innocenza di un’intellighenzia già in debito d’ossigeno, non più in grado di illuminare il mondo.
Senza guide, la società si è frammentata, alla deriva di un materialismo che si è fatto sempre più ingombrante, giungendo in soli tre decenni ad una preoccupante disgregazione.
Un mondo gelido, pavido, povero di stimoli è quello in cui ci troviamo. Regolato da dinamiche quasi Hobbesiane.
"Bellum omnium contra omnes" è una  concezione sulla carta estranea ai più, dal momento che è considerato abietto ammettere che si vedono gli altri come una minaccia direttamente personale, che la vita è ancora una lotta per la sopravvivenza; comunque la si voglia intendere (meglio a te che a me!).
In questo quadro fortissimamente individualista, non siamo riusciti a formare una classe dirigente che pensi ed operi con fini esclusivamente benèfici per la collettività.
E’ allarmante dover ammettere che coloro che ci governano, invece di riconciliare le naturali divergenze degli uomini, aggregandosi in un’unica voce nel nome dell’appartenenza di tutti ad un unico popolo del medesimo pianeta, vengono eletti (da noi?) per poi agire  in nome di interessi oligarchici, tutt’altro che universali. Rattrista profondamente tollerare che un concetto elaborato nel Seicento calzi a pennello quasi 400 anni più tardi.
In un limbo tra questo scenario ed una specie di Arcadia, celebrazione di un mondo perduto, si trovano in molti. Come me.
Si guarda al passato per vivere il presente: a quando si era liberi (o si era convinti d’esserlo), nell’autodeterminazione e nell’arbitrio; a quando la società si univa per combattere le evidenti contraddizoni di un sistema vetusto e conservatore; a quando l’aria che si respirava certi giorni era quella della Rivoluzione. 
E’ in questo anacronismo che si perde il contatto con la realtà. 
Non è un paradosso che, in tale contesto di alienazione, dimori in fondo al cuore un languore quasi piacevole nello scivolare verso l’inevitabile. Un compiacersi nell’autoindulgenza.
 
Ciononostante, non posso permettermi di smentire chi mi diceva: "Speriamo che non tornino i valori!".
In una società di veri virtuosi i sedicenti intellettuali non avrebbero spazio.
Penitentiàgite.
 
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