La realtà sostitutiva di Joris Karl Huysmans

da Controcorrente
 
 
 
Des Esseintes ha appena abbandonato Parigi, isolandosi completamente nel suo rifugio di Fontaney, non lontano dalla città (dal cap.II).
 
 
 
Prendeva i suoi pasti – che ad ogni inizio di stagione venivano fissati una volta per sempre in tutti i loro particolari – ad un tavolo al centro di una stanzetta, separata dallo studio da un corridoio imbottito, a chiusura ermetica, che non faceva filtrare né rumori né odori in nessuno dei due ambienti cui serviva di passaggio.
Questa sala da pranzo aveva l’aspetto di una cabina di nave, col suo soffitto a volta munito di travi a semicerchio, con gli assiti e il pavimento d’abete d’America, la finestrella che si apriva nel rivestimento di legno come un oblò in un sabordo.
D’autunno, quando il bricco del tè fumava sulla tavola, nel momento che il sole stava per sparire, l’acqua dell’acquario, lungo tutta la mattina vitrea e torbida, s’arrossava e filtrava sulle bionde pararatie riflessi di brace.
A volte, nel pomeriggio, se per caso era sveglio e in piedi, Des Esseintes faceva agire il conegno di condotti e tubi di scarico che svuotavano l’acquario e vi rinnovava l’acqua. Nell’acqua limpida faceva versare una, due gocce d’essenze colorate,; si godeva così, senza scomodarsi, i toni verdi o salmastri, opalini od argentati che assumono i fiumi in natura a seconda del colore del cielo, del sole più o meno vivo, della minaccia di pioggia più o meno imminente; a seconda della stagione o dello stato dell’aria.
S’immaginava allora d’essere su un brigantino, sottocoperta; e incuriosito osservava dei meravigliosi pesci meccanici, caricati come orologi, passare davanti al vetro del sabordo, impigliarsi in finte erbe.; oppure, respirando l’odor di catrame immesso nella stanza prima che lui entrasse, esaminava delle stame a colori appese al muro, quali se ne vedono nelle agenzie dei piroscafi e dei Lloyd, rappresentanti dei vapori in rotta per Valparaiso o per la Plata […].
Quand’era stanco di questo passatempo, riposava gli occhi sui cronometri e le bussole, i sestanti ed i compassi, i binocoli e le carte sparpagliate su un tavolo. Sopra il tavolo, un solo libro, rilegato in pelle di foca,: Le Avventure di Arthur Gordon Pym, in esemplare stampato appositamente pe lui, su carta vergata puro filo, scelta foglio per foglio, con un gabbiano di filigrana.
Né mancavano canne da pesca, reti scurite dalla concia, rotoli di vele rosse, una minuscola, àncora di sughero, intonacata di nero: il tutto gettato alla rinfusa presso la porta che comunicava con la cucina per un corridoio, imbottito anche questo e che come l’altro smaltiva in sé odori e rumori.
Così, senza muoversi di dov’era, senza fare un passo, Des Esseintes compendiava in un minuto, in meno ancora, le sensazioni che gli avrebbe dato un lungo viaggio di mare. Il piacere di spostarsi, questo piacere che non esiste insomma che grazie al ricordo e quasi mai nel presente, nell’atto del viaggio, egli lo godeva in pieno, a suo agio, senza fatica, senza arrabattamenti, in quella cabina dal disordine voluto, dall’arredamento provvisorio, posticcio quasi, che si accordava benissimo col poco tempo che vi restava, il tempo dei pasti; e che era in contrasto con lo studio: un ambiente, questo, definitivo, ordinato, stabile, fornito del necessario per vivervi a lungo in pantofole.
Muoversi gli pareva del resto inutile se la fantasia può, come stimava, facilmente supplire alla plebea realtà dei fatti.
A suo avviso, era possibile appagare i desideri ritenuti nella vita normale più difficili ad esaudire; e ciò grazie ad un piccolo sotterfugio: falsificando di un niente l’oggetto del desiderio.
Nei ristoranti rinomati per le loro cantine il buongustaio, ad esempio, non si estasia centellinadosi vini di marca, ottenuti con vinelli qualunque trattati con procedimenti di Pasteur? Ora, questo vino sofisticato ha lo stesso aroma, lo stesso colore, la stessa fragranza dell’autentico; e di conseguenza il pacere che si prova gustandolo, nulla ha da invidiare a quello che si proverebbe bevendo il vino ch’esso imita e che neanche a prezzo d’oro sarebbe possibie procurarsi.
Applichiamo questo capzioso scarto, questa sottile menzogna alle cose dell’intelletto. Nessun dubbio che si possa altrettanto godere chimeriche gioie, simili in tutto alle vere,; nessun dubbio, ad esempio, che si possano compiere lunghissimi viaggi standosene nel cantuccio del fuoco; basterà, occorrendo, stimolare la fantasia pigra o restia con la suggestiva lettura di lontani viaggi. Come non v’ha dubbio che si può, senza allontanarsi da parigi, procurarsi la ristorante sensazione d’un bagno di mare: non c’è che recarsi al bagno Vigier, sito su un battello in piena Senna.
Ivi, salando l’acqua della propria vasca e mescendovi, come insegna il ricettario, solfato di soda, idroclorato di magnesio e calcio, aspirando l’odor di mare in un pezzetto di gomena o d’un gomitolo di lenza coe se ne possono trovare, impregnati ancor di salino (che s’avrà avuto cura di non lasciar svaporare),nei magazzini e nei sottosuoli, odoranti di porto o di marea, delle ben fornite corderie; concentrandosi nella contemplazione d’una ben riuscita fotografia della stabilimento balneare dove si vorrebbe essere, e commentandosela con l’avida lettura della guida Joanne, laddove descrive gli incanti di quella spiaggia; lasciandosi quindi cullare dalle onde che suscita, nell’acqua in cui si è immersi, il risucchio dei vaporetti che rasentano il pontone; tendendo infine l’orecchio ai lagni del vento che a due passi da voi, sul vostro capo, s’ingolfa sotto le arcate del Pont Royal ed al sordo traino degli omnibus che lo scuotono, l’illusione che s’ha del mare è innegabile, prepotente, da giurarvi su.
Tutto sta saper fare, saper concentrare l’attenzione su un unico punto; sapersi astrarre abbastanza da produrre l’allucinazione e da sostituire alla realtà reale la realtà fantasticata.
L’artificio del resto Des Esseintes lo considerava il segno distintivo del genio. Per dirla con le sue parole, la natura ha fatto il suo tempo: essa ha per sempre stancato con la stucchevole monotonia dei suoi paesaggi e cieli la pazienza e l’aspettativa dei raffinati.
A ben pensarci, che trivialità d’operaia specializzata, la sua! d’operaia che non vede al di là di ciò che sa fare! che grettezza di piccola bottegaia, che tiene un solo articolo ad esclusione di tutti gli altri! Il suo, che monotono emporio di alberi e prati! che banale spaccio di mari e montagne!
Non c’è d’altronde una sola delle sue trovate – e prendi pure la più sottile o la più imponente – che il genio dell’uomo non possa emulare; nessuna foresta di Fontainbleu, nessun chiaro di luna che scenari inondati da fasci di luce elettrica non creino; nessuna cascata che l’idraulica non sappia imitare da farla scambiare per vera; nessuna roccia che la cartapesta non rifaccia; nessun fiore che un po’ di carta velina a colori e la delicatezza di certi taffetà non imitino alla perfezione.
Non c’è dubbio: questa sempiterna barbogia ha ormai stancato la sempliciotta ammirazione dei veri artisti; e il tempo è venuto di soppiantarla, sin dove si potrà, con l’artificio.
E poi, a ben considerare quella fra le sue opere che è stimata la più squisita, quella delle sue creazioni che, per universale cosenso, non ha forse l’uomo, a sua volta, messo al mondo da sè solo una creatura viva  e fittizia che come bellezza plastica, nulla ha da invidiare alla donna?
Esiste forse quaggiù un essere concepito nelle gioie della fornicazione ed uscito dalle doglie di una matrice, il cui modello, il cui tipo sia più abbagliante, più perfetto delle due locomotive in servizio sulle ferrovie del Nord?
L’una, la Crampton, un’adorabile bionda dalla voce squillante, dalla taglia imponente e delicata impriogionata in uno scintillante busto di rame, dalle mosse elastiche e nervose di gatta; una bionda azzimata e dorata, d’una straordinaria grazia, d’una grazia che incute spavento allorché, irrigidendo i muscoli d’acciaio, grondando dai caldi fianchi sudore, mette in moto l’immenso rosone della snella ruota e, prepotente di vita, s’avventa in testa alle rapide e alle maree.
L’altra, la Engerth, una maestosa e fosca bruna, dal grido sordo e rauco, dalle reni possenti prese in una corazza di ghisa; mostruoso animale dalla dalla criniera scarmigliata di negro fumo, che poggia su sei tozze coppie di ruote, quale tremenda forza sviluppa, allorché facendo tremare la terra, rimorchia, greve e massiccia, il pesante codazzo delle sue mercanzie!
Indarno cerchereste tra le fragili beltà bionde e le maestose beltà brune, tipi di delicata sveltezza e di terrificante forza che reggano al confronto. Senza tema di smentita, lo si può proclamare: nel suo genere l’uomo non è riuscito men bene del Dio nel quale crede. 
 
 
Trad. it. di C. Sbarbaro, in J.-K. Huysmans, Controcorrente, Rusconi, Milano 1972
 
 
 
 
Il passo è esemplarmente indicativo del rapporto stabilito da Des Esseintes con la realtà. La noia e la sazietà che l’hanno indotto ad abbandonare Parigi, per cercare in un pressoché assoluto isolamento una diversa ragione di vita, lo spingono a realizzare un modello alternativo, in cui i piaceri più intensi e raffinati risultano il frutto di un processo di astrazione e di sostituzione intellettuale. La realtà comune, la "plebea realtà dei fatti", viene disprezzata e abolita, per dare luogo a una costruzione del tutto artificiale, in cui la "fantasia" riesce a concretizzare ogni suo desiderio. Alla "natura" l’uomo sostituisce la cultura, che si identifica con la volontà e l’intelligenza dell’uomo superiore. La natura non può competere con l’uomo, che, al pari di un nuovo Dio, è in grado di superarla nelle sue creazioni. Si veda il rapporto fra la donna e le "due locomotive", che sembra quasi anticipare spunti ripresi poi dai futuristi. Ma non c’è, in Huysmans, un interesse specifico per il "mito della macchina", così come lo sviluppo scientifico viene apprezzato non per i progressi che può permettere all’umanità (in un senso ciè positivistico), ma per l’affinamento delle più rare e squisite sensazioni individuali, sul piano dell’esistenza e dell’arte.
Di qui, anche, il rovesciamento delle tradizionali convezioni estetiche: "questa sempiterna barbogia [la natura] ha ormai stancato la sempliciotta ammirazione dei veri artisti; e il tempo è venuto di soppiantarla, sin dove si potrà, con l’artificio". E’ questa la parola chiave di una concezione individuata e proposta nei suoi meccanimi costitutivi: "A suo avviso, era possibile appagare i desideri ritenuti nella vita normale più difficili da esaudire; e ciò grazie ad un piccolo sotterfugio: falsificando di un niente l’oggetto del desiderio". L’operazione consiste, per così dire, in un processo di dislocazione e di condensazione, che conduce l’esperienza ad un estremo grado di sublimazione e rarefazione: "Tutto sta saper fare, saper concentrare l’attenzione su un unico punto; sapersi astrarre abbastanza da produrre l’allucinazione e da sostituire alla realtà reale la realtà fantasticata". La "realtà fantasticata" e sostituita diventa così la vera e più alta forma di realtà, , passando attraverso una sorta di "allucinazione", che indica il carattere malato e innaturale di questa esperienza; un carattere addirittura perverso e diabolico, in quanto, con un gesto supremo di disprezzo e orgoglio, l’uomo rifiuta l’opera della creazione divina, ritenendosi ad essa superiore ("nel suo genere l’uomo non è riuscito men bene del Dio nel quale crede").
Attraverso "questo capzioso scarto", la "sottile menzogna", diventa il veicolo privilegiato del rapporto con il reale, la componente essenziale dell’attività artistica e creativa: "L’artifizio del  resto Des Esseintes lo considerava il segno distintivo del genio". Il rapporto tra la vita e l’arte risulta così profondamente alterato: la letteratura, intesa come artificio, può sostituire la vita (si veda il riferimento al Gordon Pym, che simboleggia l’immaginario del viaggio e dell’avventura); la vita, a sua volta, viene ricostruita secondo moduli intellettualistici e artificiali, squisitamente artistici e letterari. Lo scambio fra finzione e realtà risulta così inestricabile: "dopo i fiori finti emulanti quelli veri, voleva fiori veri che emulassero fiori finti", dirà il narratore a proposito di Des Esseintes, quando questo si propone di far crescere nel suo giardino una flora straordinaria, unica e irripetibile.
La realtà risulta alla fine interamente plasmata e trasformata dall’arte, che asseconda i gusti sempre più ricercati e originali del protagonista: dall’amore per gli scrittori latini anche meno noti della decadenza a quello per le più recenti tendenze della pittura simbolista. La paralisi dell’azione, interamente assorbita nelle linee di un disegno intellettualistico, si risolve, sul piano della struttura narrativa, nella forma enumerativa e cumulativa del catalogo: interi capitoli sono dedicati alla munita rassegna e discussione delle preferenze estetiche e culturali di Des Esseintes. La sua estrema ed estenuata raffinatezza impedisce ogni rapporto con la vita concreta, consumando ogni desiderio nell’immaginazione: verso la conclusione dell’opera, per alleviare il suo stato d’animo sempre più allucinato e depresso, il protagonista si prepara a compiere un viaggio in Inghilterra, ma, sul punto di imbarcarsi, decide di tornare a casa, convinto di avrer già assaporato e "vissuto" tutte le esperienze che il viaggio avrebbe potuto procurargli. La malattia e la follia rappresentano così l’esito estremo della vicenda di Des Esseintes, come trionfo e sconfitta del genio decadente.
 
 
 
 
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