L’ombra lunga dell’attesa

Timoteo ha il cuore stanco. Non ha il coraggio di lottare. Non può dirsi arrivato, oggi; ma nemmeno un dilettante. Piuttosto un’incompiuta, una promessa spezzata. E’ un riflessivo, ma non un timido. Loquace, stravagante, persino divertente a volte se preso per il verso giusto. Benedetto da uno status benestante, forse da molti invidiato. Aneliti lo spingono, così come hanno sempre fatto, la tendenza individuale alla ricerca del proprio ruolo nel mondo.
Non riesce a focalizzare, a capire se si trova in uno stato di autoindulgenza o di autoesigenza. Quello che sa è che si sente schiacciato dalle responsabilità che gli vengono assegnate, non volendo rappresentare un’aspettativa da mantenere, ma semplicemente essere.
Il mondo lo ha viziato, ma anche profondamente punito, alienandolo, isolandolo, astraendolo. Un’opera d’arte non figurativa, inintellegibile ai più, si sente. Consapevole comunque di un’astratta potenzialità, di un’oscuro disegno che lo riguarda.
Vecchio e giovane allo stesso tempo, si descrive, a volte con spietato realismo, altre volte con approssimativa sufficienza. (Ci) si chiede: è presente a se stesso?
Non si può dire con certezza.
Ciò che si sa è che nei sinceri e improvvisi slanci di cui è capace, ha dato tutto se stesso condividendosi con qualcuno, febbrilmente bramando comprensione. Valutandosi attraverso il giudizio dei pochi che hanno potuto penetrare il velo dei suoi occhi. Trattenendo però una personalità talmente profonda da fagocitare ogni cosa come un buco nero, se portata alle estreme conseguenze. Un’empirista convinto ma prevenuto, e fiero del paradosso. Entità imprendibile, magnetico e imprevedibile, ingenuo e banale. Disattento. Incostante. Vanitoso e spietato. Paranoico, fatalista, superfluo. Superbo. Impaziente.Disarmante.
Impegnato a pentirsi di una strada che ancora non ha intrapreso. Un Boemio fallito.
Timoteo l’allunato rientra, insolitamente presto, nella bella casa dei suoi, in una città del nord. L’impasse lo rende lucido,e a dir la verità, nemmeno ha cercato lo stordimento nel bere. Le variabili di una vita insoddisfatta lo avviliscono, il rimorso per non riuscire a provare gratitudine alcuna lo divora.
La luna, velata da qualche nube passeggera, assiste muta e distante, quasi accidiosa, al valzer dei suoi pensieri.
Il cielo è quello mirato migliaia di volte dal terrazzo, mutevole eppure sempre uguale: la malinconia immanente, devastante.
La confusione prende il sopravvento, e Timoteo cerca rifugio in quei pochi che possono fermarlo. Ma ottiene in risposta un suono sordo, prolungato, fisso, atono: si chiede perchè abbia tentato.
Chiedere aiuto non è mai stato il suo forte, ma è combattuto: si sente capace di accantonare l’orgoglio, se necessario.
Un vortice lo cattura, asservendolo totalmente: si ritrova in un istante vittima di se stesso. L’ingestibile, ingombrante se stesso.
Vuole contrastare il rombo del suo cerebro, non cedergli il passo come un ignavo. Cerca rifugio terapeutico nella musica, ora; cerca, come può, di placarsi. Ma la scelta è condizionata, e funesta.
Mentre la voce vellutata e suadente di Lou Reed dipinge atmosfere morbide e dolorose, il cuore gli si gonfia nel petto, causando una preoccupante assenza di circolazione. Una stupefacente, esangue bradicardia detta il ritmo del suo respiro. Il profilo di un werther metropolitano si staglia nella notte, nel fresco autunnale della notte. L’atmosfera è quella giusta. Nessuno si è mai accorto che, arrivati a metà dell’opera, il resto viene da sè. E allora ecco i paralipomena di una vita in bilico, vissuta a metà, transitargli innanzi insieme ad una volontà di rivalsa che si fa strada. Un ghigno distorto gli si dipinge sulle labbra, mentre il tempo pulsa e lo spazio si astrae. In piedi, al di là del parapetto. Oltre, il Nulla. Chi non ha paura muore una volta sola. Un passo, e non ci saranno più ricordi. E’ sicuro: è la volta buona. Inequivocabile. Lascio quel poco che ho dato. Addio.
 
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